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Archive for ottobre, 2013

Poesie di Víctor Rodríguez Núñez (1): Favola e Prologo

Posted by on martedì, 29 ottobre, 2013

Pubblichiamo qui e in successivi interventi alcune poesie, tradotte da Emilio Coco, del poeta cubano Víctor Rodríguez Núñez.

 

Víctor Rodríguez Núñez

Poeta, giornalista, critico, traduttore e professore universitario cubano. Tra le sue raccolte di poesie troviamo: Cayama (1979), Con raro olor a mundo (1981), Noticiario del solo (1987), Los poemas de nadie y otros poemas (1994), El último a la feria (1995), Oración inconclusa (2000), Actas de medianoche I (2006), Actas de medianoche II (2007) e Tareas (2010). Sono state pubblicate varie antologie della sua opera, tra le più recenti: Todo buen corazón es un prismático (Città del Messico, La Cabra-UANL, 2010) e Intervenciones(Santander, La Mirada Creadora, 2010).

Víctor Rodríguez Núñez

In inglese è apparsa, nella traduzione di Katherine M. Hedeen, l’antologia The Infinite’s Ash (Londra, ARC, 2008). Sono state anche tradotte ampie scelte della sua poesia in tedesco, sloveno, francese, ungherese, olandese, portoghese, svedese e russo. Ha ricevuto i premi di poesia David (Cuba, 1980), Plural (Messico, 1983), EDUCA (Costa Rica, 1994), Renacimiento (Spagna, 1999), Leonor (Spagna, 2006) e Rincón de la Victoria (Spagna, 2010). Negli anni 80 è stato redattore e caporedattore della rivista ElCaimánBarbudo, dove ha pubblicato numerosi lavori su temi culturali. Ha compilato le antologie della sua generazione: Cuba, en su lugar la poesía (Città del Messico, Universidad Autónoma Axcapotzalco, 1982), Usted es la culpable (L’Avana, Abril, 1985) e El pasado del cielo (Medellín, Alejandría, 1994). È l’autore della monografia Cien años de solidaridad:Introducción a la obra periodística de Gabriel García Márquez (Premio Enrique José Varona, Cuba; L’Avana, Unión, 1986). Ha selezionato e ha scritto il prologo per l’opera dello stesso autore, La soledad de América Latina: Escritossobre arte y literatura, 1948-1985 (L’Avana: Arte y Literatura, 1990). Ha realizzato edizioni critiche e studi su poeti ispanoamericani quali Julián del Casal, Dulce María Loynaz, José Coronel Urtecho, Emilio Ballagas, Cintio Vitier, Francisco Urondo, Fayad Jamís e Juan Gelman, tra gli altri. Ha tradotto dall’inglese in spagnolo, in collaborazione con Hedeen, libri di Mark Strand, Margaret Randall e John Kinsella, e dallo spagnolo in inglese, di Juan Gelman, Ida Vitale e Juan Calzadilla. Dottore in Letteratura Spagnola presso l’Università del Texas in Austin, è professore della stessa materia presso il Kenyon College, Stati Uniti.

Tra le varie dichiarazioni di poetica disseminate da Víctor Rodríguez Núñez nella sua opera, ci piace ricordare quella contenuta in alcuni versi che appartengono alla poesia Notti dove l’autore si dipinge “orfano di lirismo, razionale e freddo autore di versi nudi e mal tagliati, con poca freschezza e immaginazione, assenza di paesaggio e di metafore”. Dobbiamo credergli? Solo in parte, perché se è vero che la sua poesia non divaga e non si distrae in inutili acrobazie stilistiche, è ugualmente vero che la cruda realtà viene da lui plasmata favolisticamente fino a risolvere il tutto in trasparenti e poetiche leggende delle ore, dei fiumi, dei treni, degli uomini, delle stagioni, delle città, delle foreste che vengono liberati dalla loro corposa e ingombrante verità quotidiana e riscattati in mito. Ne scaturisce una equilibrata osmosi di favola e realtà, di mitiche tentazioni e realistiche e autobiografiche urgenze, una magica e insieme terrestrissima poesia in cui non si può non avvertire l’influsso dei grandi scrittori latino-americani, primo fra tutti Gabriel García Márquez alla cui opera il Nostro ha dedicato pagine indimenticabili.

Emilio Coco

Favola

A Ernesto Román Orozco

Quell’uccello mangia
il silenzio con grandi becchettii
lo cerca tra le foglie più disfatte
ed è un brivido
sopra l’unico ramo della sera

Poi alzerà il volo
sarà nube veloce
sopra montagne azzurre
dove solo fioriscono
mia madre e le stelle
Sarà il canto le viscere
l’occhio senza padrone
quel che diventa polvere
pietra che si dissangua
contro l’arco di piombo dello sparo

Benché lo stesso uccello poi ritorni
rinato dalla cenere e dal fumo
e si posi di nuovo
come un nido
sopra l’unico ramo della sera

Prologo
–a La arboleda perdida di Rafael Alberti

Quando la cometa Halley
quel vecchio malvivente dei cieli
trapassò a coltellate il ventre della notte
mia nonna
che non era ancor la nonna
di nessuno in questo mondo
sognò di avere la sua linda chioma
e mise nel mortaio sei uova di passero
che fece diventare
chissà come
polvere innamorata
per rifare il suo volto umido
alla maniera triste della luna

Ma in un altro angolo di questo pianeta
che gira come uno sciame di vespe
quando la cometa Halley
conservava di notte il coltello insanguinato
un bimbo gaditano con occhi di baia
volle pettinare la veloce chioma del cielo
col suo tridente di marinaio sulla terraferma

È dovuto passare
disperatamente
il secolo
si sono cicatrizzate le ferite della notte
il bimbo non è il bimbo
ma un vecchio
poeta dell’esilio che ritorna
la nonna non è la nonna
ma un’ape
che punge l’anima
a un altro bimbo che pettina nel ricordo
la linda chioma
di una notte del mondo


Ti porti dentro… di Mila Kacic

Posted by on venerdì, 4 ottobre, 2013

Ti porti dentro un nido di dolore.
Lo disfi
per rifarlo da capo
e disfarlo di continuo,
fino a quando non lo saldi
sotto la tettoia sghemba
delle illusioni.
Ti abitui a lui,
come a tutto,
e quando un bel giorno scompare,
come tutto,
resta solo il vuoto
e ad un tratto ti accorgi
di essere vecchio. 

Mila Kačič

 

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– Il cielo nero – di Stefano Drakul Canepa

Posted by on giovedì, 3 ottobre, 2013

– Il cielo nero –

Volevo dimenticare i sogni persi
ma la tenebra distratta è ancora viva
e pretende le mie scuse di cristallo 
da scambiare con il sole del mattino

Se il giorno è una tomba di dolore
e la luce un sarcofago di morte
rallenterò ad arte i battiti del cuore
per sentire i respiri delle stelle

Dei pochi vespri ancora da rubare
finché la notte avrà silenzi e voglie,
le più belle parole da negare
a chi non ha più perle da nascondere 

Volevo evaporare i miei profumi
ma i lividi all’alba sembrano promesse
da sussurrare alle stanche ombre.
Il vento non può spazzare il cielo nero

Se l’oscurità ha perduto le sue lune (D)

 

 

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