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Archive for novembre, 2013

LE COSE NON SONO QUELLO CHE SONO di Piero Partiti

Posted by on lunedì, 25 novembre, 2013

“Da qualche parte, sulla riva del mare”.

 

L’orizzonte di marea sale,

oltre la soglia del dolore:

si frantuma con rumori di metallo

là, dove lo scoglio cede al sale.

Erano giorni senza ritornelli

«Io sono una risata che spezza il cuore»

dicevi sbriciolando quaderni demodé.

 

Zena è bagnasciuga di preservativi

che ingolfano il motore del domani,

odore di fritto mescolato al sudore

assorbito dal legno del mare:

«C’è sempre una via d’uscita»

dall’altra parte del mondo»;

Orione è capovolto,

le stelle girano al contrario,

sono sbuffi di balena

le rotte per Tristan da Cuhna.

 

Le bettole del porto sono utero sicuro

quando fuori è ombra incerta,

la notte lupo, il mare sciacallo:

«Perché mi guardi i seni e piangi?»

dicevi, seduta allo specchio.

osservando il mio contrario

leggere le cronache del Bounty.

«Preparati in fretta, dobbiamo uscire stasera»

e tu scioglievi in cosmetico imbroglio

le rughe del tuo mistero.

 

Sul ponte di prua, abbracciati

sembravamo amanti, invece

eravamo viaggiatori distratti,

un andare lento e nascosto:

come lava che scende svogliata.

«Guarda, lontana s’intravede la terra!»

dicevi e ridevi, il riso era vento,

parola incisa,  tenera, sospesa.

«A volte le cose non sono quello che sono»

rispondevo in lingua romanza

incrociando le dita del cuore,

masticando un’aringa sotto sale.

 

 

*Zena:Genova in dialetto ligure

 


Questo testo è protetto contro il plagio. Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito e/o pubblicazione. Chi ne fa un uso improprio è soggetto alle sanzioni di legge.

 

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– La luna svanirà presto – Stefano Drakul Canepa

Posted by on lunedì, 25 novembre, 2013

Il sole è una ferita rossa
presagio di naufragi verso sera
con la falce affilata delle lune
in attesa del respiro di una fata

Ninfa nera dal passo leggero
con i veli neri accesi delle brume
a far sudario scuro nelle notti.
Non senti le gocce del ricordo?

L’alba è già un sogno lontano
e timidi i giorni arroventati
al sale dei tormenti pronunciati
al tempo dei peccati senza cielo

Strega bianca dal viso sottile,
il piede dell’inverno sul sentiero
e debole l’orgoglio di chi brama 
dorate gemme fiato di diamante

La luna svanirà presto fra le nubi

Se le preghiere temono la pioggia.

Stefano Drakul Canepa

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– Quando eri sola – di Stefano Drakul Canepa

Posted by on domenica, 24 novembre, 2013

 le notti opache

quando volavi sola

fra stelle nere (D)

 

 

Quando eri sola 

non ricordavi i vecchi sogni

e le parole pronunciate a labbra strette

se la notte chiudeva i suoi confini

 

 

Le nuvole erano respiri

accesi mentre qualcuno mentiva il giorno

e niente intorno ad accarezzare lune

o il fiume che scorreva una speranza morta

 

 

Quando eri sospesa

gli occhi rimanevano chiusi

ed ogni cosa intorno sembrava tremare

nuovi nemici dai vellutati sguardi

 

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Le sere erano porte aperte

ombre che il cuore inseguiva invano

con le terra a far da testimone del dolore

e le ore a scorrere fra cento stelle opache

 

Complici del male e del suo battito lento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Ugo Foscolo: Dei sepolcri (vv. 1-22)

Posted by on giovedì, 21 novembre, 2013

«All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro? Ove piú il Sole
per me alla terra non fecondi questa
bella d’erbe famiglia e d’animali,
e quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l’ore future,
né da te, dolce amico, udrò piú il verso
e la mesta armonia che lo governa,
né piú nel cor mi parlerà lo spirto
delle vergini Muse e dell’amore,
unico spirto a mia vita raminga,
qual fia ristoro a’ dí perduti un sasso
che distingua le mie dalle infinite
ossa che in terra e in mar semina morte?
Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,
ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve
tutte cose l’obblío nella sua notte;
e una forza operosa le affatica
di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe
e l’estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste il tempo.»

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– Il primo sole morto di Stefano Drakul Kanepa

Posted by on martedì, 19 novembre, 2013

– Il primo sole morto –

 

 

 

 

 

 

 

 

 

velo di nebbia

il gelo di una stanza

nel vento nero (D)

 

 

 

 

 

 

 

Lascio la finestra aperta

e forse un vento potrà trovare luce

o pace in una stanza buia

per lenire una promessa accesa

 

 

Temo il dolore dei muri silenziosi,

le parole non dette delle lune

e le radure immobili nel deserto

dei sogni uccisi a nuvola distratta

 

 

Lascio la porta socchiusa

e forse un timido stupore calmo

avrà qualcosa da chiedere al ritorno

da mille viaggi verso il nulla 

 

 

Temo il disagio del perdono,

le labbra semi aperte nel sospeso

dei giorni antichi tirati a lucido

dal primo sole morto dell’inverno

 

 

Gli eterni vuoti del cuore nel suo gelo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stefano Drakul Canepa, 18 novembre 2013

 

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DIMENDICANDO….

Posted by on lunedì, 18 novembre, 2013

E’ calata anche la nebbia ormai
sui miei platani,
e sul mio cuore.
L’immagine sbiadita
si delinea ai miei occhi e,
non vedo più l’ardore
nè colori, oramai solo
tronchi e rami senza quasi più foglie.
Così, anche se non ti so scordare
e ti terrò tra queste mie braccia
sempre,
la nebbia e’ scesa sul mio desiderio
sul mio anelarti e 
la sofferenza ora di non averti
più in questa mia vita
non lacera più le viscere, 
non strappa lembi di cuore.

Il cuore oramai non ha più spazio
e il sangue e le lacrime sono ora crisalidi
di sale.
E i cirri d’attese 
sono svaniti con le foglie,
portate via dal freddo maestrale
e dalla pioggia
che fredda gela anche gli ultimi guizzi
di quel rovente amore per te.
Perseide.

Anna Maria Mangione– 18 Novembre 2013
“In Enna…………my foggy city”
FORGETTING…

It ‘also declined the fog now
on my plantains,
and on my heart.
The image faded
is outlined in my eyes and,
I no longer see the ardor
nor colors, now only
trunks and branches almost without leaves.
So, even if i do not know forget you,
and I will keep you in these arms of mine
always,
the fog fell on my desire
on my anelarti and
suffering now that I have not
more in this life of mine
no more tears the entrails,
not tear strips of heart.

The heart now has no more space
and the blood and the tears are now pupae
of salt.
And the expectations of cirrus clouds
have vanished with the leaves,
taken away from the cold mistral
and rain
cold that freezes even the last flickers
of that burning love for you.
Perseid.

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POVERO POETA di Maria Teresa Infante

Posted by on lunedì, 18 novembre, 2013
Ma quante volte 
e quante altre ancora
conterò ore tra nuvole di fogli
avrò parole da trasformare in sogni
ed emozioni da macinare in versi?
E quante volte 
avrò spremuto il cuore
per bere il succo dell’unica passione
che nei suoi chiodi rinnova godimento?

Troverò il tempo 
del grano depredato che nascondevo
in fondo ad un cassetto
mentre aspettavo un’altra primavera?

E quante volte 
ti avrò chiamato amore
ma senza voce e senza convinzione;
povero amore e povero poeta
come due sponde che s’amano da sempre 
costrette a sguardi e ad incontrarsi mai,
come le nevi che imbiancano il camino
e non potranno scaldarsi al suo calore,
come pirati a saccheggiare ori 
e non avere più nulla da comprare.

E quante volte amore sconosciuto
ti avrò dipinto sul tuo cavallo bianco,
povero amore
costretta ad inventarlo
aprire il cuore per tingere di rosso
le labbra smunte e poi deporle a un’ara.
E quante volte e tante altre ancora
povero amore e povero poeta
baratto perle con ciottoli di fiume,
vendo promesse finché la mano regge
ed al coraggio non tremano le gambe

Ma quante volte
povero amore nato
e tante volte ,io, povero poeta
avrò creduto di scrivere la vita
e mi ritrovo tre soldi e una matita
su un foglio nudo con una macchia blu

Povero amore e povero poeta
era il tuo pianto
non una rosa blu
ed ora spegnilo pure il tuo abat-jour
le gambe nude non vuoi mostrarle più.

Maria Teresa Infante 
@” Tutti i diritti riservati ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni “

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GOMITOLI CORROSI DALL’AMMONIACA DEI BACI di Piero Partiti

Posted by on domenica, 17 novembre, 2013

«Parlami»,

senza accusare

il peso dei giorni:

quest’aria immota

è greve, come rancido

grasso di mare;

quando si stringe

l’artiglio del gufo.

 

«Ogni cosa ha ragione

d’essere se stessa»

anche se il vento lava

polvere e scorie:

scellerato cielo

che osservi lo sfiatare

dei treni a vapore,

delle nubi di neve.

 

«Poi ogni nave

divide le onde

in parti uguali»;

come un coltello recide

le giugulari del dolore:

per restituire al mondo

orme di passi,

ricordo di sete.

 

«Non sarò pretesto

d’insopportabile fame»

bersaglio d’amore:

porterò l’immondizia

alla discarica delle cose;

un perfetto riciclo

di gomitoli corrosi

dall’ammoniaca dei baci.

 

 


Questo testo è protetto contro il plagio. Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito e/o pubblicazione. Chi ne fa un uso improprio è soggetto alle sanzioni di legge.

 

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A nulla è valso…. di Nino Castorina

Posted by on venerdì, 15 novembre, 2013
A nulla è valso avere vissuto
vite intense e parallele.
Perchè le vite sono tante.
Le chiamo parentesi.
Quelle che iniziano con (
e non sono riuscito mai
a chiudere.
Le aprivo e disperdevo
nel vento, così, inutile.
Cercavo quella chiusura
per entrarci e rimanere.
Come un traguardo, un
limbo, quello agognato
da ogni anima.
Vivere una parentesi.
Incastonato come un
diamante di luce blu.
Come una fede.
In un bacio che suggella.
Quando ne basta uno solo..

Nino Castorina

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CHARLES BAUDELAIRE Zingari in viaggio.

Posted by on venerdì, 15 novembre, 2013

La tribù di profeti dalle pupille ardenti
s’è messa ieri in marcia, portandosi sul dorso
i piccoli, o offrendo al loro forte morso,
tesoro premuroso, le mammelle pendenti.

Vanno a piedi gli uomini, in braccio armi lucenti,
scortano il carro che ospita, raccolti, i familiari,
levano verso il cielo i loro sguardi carichi
d’un atroce rimpianto per le chimere assenti.

Dal fondo del suo buci fatto di sabbia, il geillo
vedendoli passare, fa più intenso il suo trillo.
Cibele che li ama la terra rinverdisce:

già la roccia zampilla, e il deserto fiorisce
per questi viaggiatori, ai quali si disvela
degli enigmi futuri l’insondabile tela.

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